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Si
commenta da sé, a tal proposito, l’icona
della Madonna del Segno, la “zwamenje”
paleoslava, ma per i greci la più vasta
dei cieli in cui tanto è dematerializzata
la figura da non aversi soluzione di continuità
fra il fondo oro che avvolge la Madre e quello
del clipeo che accoglie il figlio in grembo; questa
lettura pare, anzi, come rafforzata dalla luce
filtrante dell’oro che ha sempre la meglio
nell’opposizione negativa del reticolo frantumante.
Il
secondo grafema, tutto legato allo sfondo, quando
non è in oro, sembra esprimere meno nel
piano ideologico, ma ha la capacità di
evocare insieme le legature in piombo delle vetrate
delle cattedrali, o le campiture degli smalti
francesi limousine con quei comparti a triangoli
o losanghe trattati in azzurro e brillante, oltremarino,
quasi un cielo in cui l’immagine recupera
la non dimensione umana.
Il
terzo grafema poi contorna direttamente la figurazione
della Madre, o del Figlio o dell’Angelo.
Si scompongono così pezzo per pezzo i singoli
elementi a cominciare dalle vesti fino ai volti,
ai veli, o alle chiome. Il segno qui appare ingrossato
come un cordone bianco di contorno e pur trovando
ascendenze che vanno dalla scuola di Novgorod
ai pregiotteschi fiorentini, è inteso a
rendere l’icona più vicino al nostro
quotidiano, non in un luogo per noi inaccessibile,
ma prossimo e, oserei dire, familiare. Dice Jerzy
Nowosielski, l’artista polacco contemporaneo
nel quale la rappresentazione materna e decontestualizzata
dell’icona è nello stesso tempo forma
e contenuto simbolico:
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“L’icona
è ciò che veramente si può
rappresentare, si può esprimere, cioè,
attraverso la pittura, la vera relazione fra la
realtà empirica e la realtà trascendente”
(“Intorno all’Icona, dialoghi”
Jerzy Nowosielki, Varsavia 1985 su catalogo A.
BAS, Pescara, 90 pag. 157).
Per
Saetti anche agli angeli sembra riservata la stessa
sorte, e forse ciò favorisce la lettura
Ebr. 1,14 “non sono essi tutti spiriti al
servizio di Dio, invitati per esercitare un ufficio
in favore di coloro che devono ereditare la salvezza?”.
Eppure il racconto di Raffaele a Tobia in Tob.
12,18: “Quando io ero in mezzo a voi non
lo ero per mio volere, ma per volontà d’Iddio.
Lui benedite per tutti i vostri giorni…”.
Ma
sia per essi, che per il Bambino c’è
un recupero della dimensione ultraterrena in quelle
fioriture d’oro in foglia a macchie ravvicinate
per rammentarsi che “ciò che sta
dietro è sempre la luce divina”.
A
questo punto Paolo Saetti, paleografo, può
dire di sé: “Tutto è scrittura!”.
È questo infatti l’elemento che gli
consente di integrare in sintesi armonica i campi
matrici operativi legno, colore, smalto, vetro,
con gli archetipi iconici da cui promana da sempre
l’espressione figurale più vera della
religiosità cristiana.
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p.
Angelo Polesello |
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