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Paolo
Saetti avvia la sua comunicazione appoggiandosi
direttamente agli archetipo delle icone della
tradizione bizantina russa, o al più a
qualche madonna del quattrocento italiano, ma
come espressionista della frangibilità
pittorica, recupera anzitutto il valore segnetico
delle “craquelures” e delle lacune
di colore che l’occhio ordinariamente ignora,
attratto com’è dall’immagine
in sé stessa. Ne deriva come una sostituzione
visiva, in cui dette “craquelures”
assumono il ruolo protagonista di reticolo, filtro
ottico all’icona.
Innegabilmente, se ne avverte, in un primo istante,
il disagio psicologico che portano con sé
quelle lacerazioni, per lo spezzarsi dell’unità
d’impianto dell’opera, cui consegue
il ricomporsi dei suoi frammenti che, se consentono
l’originaria lettura restituendo pacificazione
all’insieme pittorico, non ne possono cancellare
tuttavia il sofferto ricordo dell’evento
frantumazione.
Perché non ritenere, allora, le icone di
Saetti al di là ed al di sopra del soggetto
rappresentato, presenze figurali della storia
sacra cristiana, memoria e attualizzazione incessante
del patire, morire e risorgere dell’Incarnato
per amore nostro? L’ipotesi
può acquistare fondamento se poniamo attenzione
alle scelte tipologiche della stessa segnetica
frammentante che privilegiano tre differenti generi
di grafemi.
Il
primo, forse il più sconcertante, si riversa
con una Casualità violenta ed impetuosa
sui fondi oro e nei nimbi dorati, come dire sul
costitutivo principale dell’icona (la luce
taborica, tanto cara alla teologia ortodossa della
deificazione) per evocare il dramma contemporaneo
del “no” detto dagli uomini al Dio
Cristiano, mai disgiunto dal perenne “sì”
detto da Dio all’uomo (cfr. Ebr. 5,5 + 10,7)
in vista della paziente ricomposizione della sua
immagine divina nel volto umano. Si
commenta da sé, a tal proposito, l’icona
della Madonna del Segno, la “zwamenje”
paleoslava, ma per i greci la più vasta
dei cieli in cui tanto è dematerializzata
la figura da non aversi soluzione di continuità
fra il fondo oro che avvolge la Madre e quello
del clipeo che accoglie il figlio in grembo; questa
lettura pare, anzi, come rafforzata dalla luce
filtrante dell’oro che ha sempre la meglio
nell’opposizione negativa del reticolo frantumante.
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Il
secondo grafema, tutto legato allo sfondo, quando
non è in oro, sembra esprimere meno nel
piano ideologico, ma ha la capacità di
evocare insieme le legature in piombo delle vetrate
delle cattedrali, o le campiture degli smalti
francesi limousine con quei comparti a triangoli
o losanghe trattati in azzurro e brillante, oltremarino,
quasi un cielo in cui l’immagine recupera
la non dimensione umana.
Il
terzo grafema poi contorna direttamente la figurazione
della Madre, o del Figlio o dell’Angelo.
Si scompongono così pezzo per pezzo i singoli
elementi a cominciare dalle vesti fino ai volti,
ai veli, o alle chiome. Il segno qui appare ingrossato
come un cordone bianco di contorno e pur trovando
ascendenze che vanno dalla scuola di Novgorod
ai pregiotteschi fiorentini, è inteso a
rendere l’icona più vicino al nostro
quotidiano, non in un luogo per noi inaccessibile,
ma prossimo e, oserei dire, familiare. Dice Jerzy
Nowosielski, l’artista polacco contemporaneo
nel quale la rappresentazione materna e decontestualizzata
dell’icona è nello stesso tempo forma
e contenuto simbolico: “L’icona è
ciò che veramente si può rappresentare,
si può esprimere, cioè, attraverso
la pittura, la vera relazione fra la realtà
empirica e la realtà trascendente”
(“Intorno all’Icona, dialoghi”
Jerzy Nowosielki, Varsavia 1985 su catalogo A.
BAS, Pescara, 90 pag. 157).
Per Saetti anche agli angeli sembra riservata
la stessa sorte, e forse ciò favorisce
la lettura Ebr. 1,14 “non sono essi tutti
spiriti al servizio di Dio, invitati per esercitare
un ufficio in favore di coloro che devono ereditare
la salvezza?”. Eppure il racconto di Raffaele
a Tobia in Tob. 12,18: “Quando io ero in
mezzo a voi non lo ero per mio volere, ma per
volontà d’Iddio. Lui benedite per
tutti i vostri giorni…”.
Ma sia per essi, che per il Bambino c’è
un recupero della dimensione ultraterrena in quelle
fioriture d’oro in foglia a macchie ravvicinate
per rammentarsi che “ciò che sta
dietro è sempre la luce divina”.
A questo punto Paolo Saetti, paleografo, può
dire di sé: “Tutto è scrittura!”.
È questo infatti l’elemento che gli
consente di integrare in sintesi armonica i campi
matrici operativi legno, colore, smalto, vetro,
con gli archetipi iconici da cui promana da sempre
l’espressione figurale più vera della
religiosità cristiana.
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