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La
prima
impressione è che Saetti si oppone, e lo
dimostra coi fatti, all’arte piacevolmente
superficiale, perché vuole investire la
coscienza stessa. Dipinge con la certezza di adempiere
ad una missione, non per conquistare il pubblico
(che è già dalla sua), ma perché
rifugge dal ricorrere ad effetti che implicano
soltanto l’abilità, cioè il
truccio tecnico o la moda corrente. Perciò
il suo nome si distacca, e si potrà ricordare
in seguito, non per composizioni galanti, ma per
il messaggio di gentilezza profonda, rispetto
del pensiero, delle proporzioni, dell’arte
sensitiva e musicale. La larghezza del comporre
a grandi masse, con dolci contrasti di luci ed
ombre, nella ricerca coloristica che proscrive
l’abuso di procedimenti decorativi, si fa
essenziale e sintetica, ed esplicita con chiaro
intendimento, il fuoco dell’amore e la sintonia
dei sentimenti che nascono dal continuo dialogo
con sé stesso ed il mondo circostante.
Inutile, però cercare in lui il “paesaggista”:
è solo un fantasioso, per quanto moderato,
interprete dei pluralismo dei sentimenti umani,
trasfusi nei temi, dignitosi perché reali,
di volti, specie infantili e femminili, di fiori,
di atmosfere; il tutto baluginante stati d’animo
densi o rarefatti, squisitamente delicati e comprensibili.
La svariata schiera di critici ha visto la sua
opera sotto i diversi aspetti, che, però,
anche a prescindere dalla validità d’impostazione
tecnico-artistica, viene definita come qualificante
un vasto settore della pittura italiana. Ricordo
con piacere il critico francese, Baudelaire, che
all’apertura della mostra, ha detto: “Questi
quadri hanno una grazia ed una freschezza che
affascinano al primo sguardo. Essi comunicano
immediatamente all’occhio dello spettatore,
il sentimento originale di cui sono compenetrati.
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